Roma e la botta di PIL



La quantità di pistacchio, gamberi e guanciale che ricopre il cibo a Roma è l’indicatore più fedele della sua trasformazione. Non è più solo cucina italiana: è il menu universale del boom turistico post-pandemico.
Il flusso di visitatori che doveva rientrare dopo il Giubileo si è trasformato in una piena costante. Roma è diventata la villeggiatura globale da vivere, godere e consumare. Un’inondazione di capitale: investimenti a palate, cantieri ovunque, trasporti in mutazione e mani nella marmellata. La città non è più riconoscibile, ma in modo talvolta maldestro prova a scuotersi di dosso la stagnazione degli anni scorsi.
È una metamorfosi che spaventa ed esalta al tempo stesso. La tradizione cede il passo all’estetica standardizzata della tecnologia: insegne generiche, design omologato, arredi da catena internazionale. Camminando, l’italiano diventa una lingua di minoranza. È una sorta di Woodstock del cibo e dell’intrattenimento globale, allestita tra i reperti archeologici più preziosi al mondo.
Bene la spinta economica — dati alla mano, questa botta di PIL viaggia a un ritmo almeno doppio rispetto alla media nazionale —, ma stiamo ignorando la sostenibilità di questo processo. Senza una regia politica e urbana seria, il rischio è confondere l’arricchimento a breve termine con la trasformazione della Capitale in un parco giochi invivibile e mostruoso

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