Mi sembra che la maggior parte delle volte in cui è stato chiesto a chi è arrivato dopo di trovare la soluzione per il problema sistemico e decennale che aveva sollevato in modo legittimamente arrabbiato un giorno o un mese prima, la risposta sia stata che purtroppo non ci sarebbe stata comunque una soluzione immediata o a breve termine al problema appena sollevato.
In sostanza spesso si vota per risolvere i propri problemi, o quelli di tutti, ma poi risolverli meglio di prima è davvero complicato; tutti sono sempre molto delusi da ciò e quindi cambiano voto in fretta, senza le giuste valutazioni, forse sbagliando di nuovo.
Questo non vuol dire che non si debbano sollevare i problemi, anzi: è proprio quella la leva del miglioramento, sollevare i problemi!
Tale leva viene tuttavia talvolta strumentalizzata per diventare la base di costruzione del populismo e del voto. O la moda del momento da seguire, come se la politica fosse fatta solo di chi si vende meglio e non di chi fa bene.
È vero, anzi brutalmente vero, invece, che i problemi non si risolvono soltanto sollevandoli: serve insistere ogni giorno, per anni, sbattendo spesso la testa sulle stesse cose senza arrendersi mai. E a volte non si risolvono lo stesso, nonostante l’impegno di pochi o tanti resilienti.
E così in Italia (e nel mondo) passano i governi, i vari TrAmp, i nazionalismi, l’AfD… e così scadono nel nulla le polarizzazioni, gli estremismi, le superstar, i comandanti, gli anti-occidentali… i no-vax. I decostruttori, i demolitori, quelli del “spianiamo tutto e poi ci pensiamo noi”, quelli del “non vogliamo il capitalismo” o che odiano gli USA e a cui fa schifo l’Occidente. Che poi arrivano al potere e dicono: “Beh, effettivamente è tosta”. Insomma, gli zappatori dei propri piedi, quelli del tipo “aspetta che quasi quasi mi distruggo perché mi sono stancato di esistere” oppure “e che ci vuole a fare questo o quello”.
A volte basta ascoltarli in TV un paio di volte per capire che alla fine è sempre lo stesso giocattolo rotto, masochista, che passa in mano a qualcuno di nuovo; le stesse frottole rimasticate, ma tanto tanto, e risputate di pancia verso un nuovo schermo. Con pochi dati alla mano (o di chissà quale provenienza), con tante o poche mistificazioni, ma con facce abbastanza convincenti, tanta abilità nel vendersi bene, nel rigirare le domande e le frittate, con l’obiettivo di dare al popolo la frase che vuole sentire subito — la frase che tutti bramano e acclamano sbavando — e quella promessa, di solito mai mantenuta e sempre uguale: faremo, toglieremo, manderemo, torneremo, restituiremo, zittiremo, cambieremo.
Così alla fine l’italiano medio al voto è costretto a diventare uno psicologo esperto in linguaggio del corpo per capire chi votare: “Questo mi sa che mente”, “Questo è sincero, però non sa nulla”, “Questo è troppo furbo, li piglia tutti in giro”, “Questo è preparato, però non mi convince il modo di fare”.
Fosse mai cambiato qualcosa negli ultimi 37 anni. A parte qualche rara eccezione, abbiamo sempre visto una noiosa promessa di un futuro nostalgico — dove “nostalgico” non è quello che pensate o vorreste additare, no, è proprio nostalgia dello star bene, o meglio, di quando si stava bene.
Che poi, quand’è che si stava bene? Perché a chiunque chiedi in famiglia ti rispondono sempre: “Sì, ma c’erano le bombe”, “Sì, ma c’era la guerra”, “Sì, ma le lotte di classe”, “Sì, ma alla fine ci accontentavamo…”.
Insomma, sin da quando ero nella culla, passando per quando da bambino la mamma mi diceva “se ti comporti bene poi ti darò la merenda”, è sempre la stessa storia, ovvero che la merenda non arrivava, perché era già ora di pranzo e poi subito dopo c’erano i compiti e ancora dritti a studiare, e magari anche a letto presto perché domani c’è scuola e la merenda, forse, la mangi domani. Una dormita, una svegliata, un bel sogno che cancellava il ricordo della merenda: poi alla mamma si perdona tutto, avevi già dimenticato e tornavi a crederle come il giorno prima.
E qui è un po’ lo stesso con i salari, le promesse, i ponti, le accise, l’ecologia di sinistra, l’antimafia di questo o quell’altro partito, le leggi sul fine e sull’inizio del mondo. Dai anche l’occidente e i lavori da sogno delle serie TV americane, in fondo avete anche voi un po’ ragione.
Nessun discredito a questo o a quell’altro governo, sia chiaro, poche differenze avrei da notare nell’impatto vero sulla vita, ma noi italiani grosso modo siamo tutti figli della stessa dea della procrastinazione: cittadini che non hanno ancora ben deciso quale Italia essere e in quale Europa campare, con quale giustizia, o con quale energia.
Prima di votare il prossimo millantatore, però, almeno pensateci e pensiamoci bene: la merenda gratis ce la dovremo conquistare a chissà quale prezzo questa volta. Allora scegliete la concretezza, l’equilibrio e di conseguenza la serietà, e non chi va in TV a promettere paradisi impossibili, altrimenti sarete voi (e saremo noi) a votare i vostri/nostri problemi.
