Appunti dopo Mamdani


Dopo Mamdani non vedo grande competizione tra i rapper o gli altri giovani artisti/attivisti italiani per tentare di ricoprire la carica di Sindaco di una delle nostre decadutissime eppure splendide città italiane. Non parlo di artisti o critici come Morgan e Sgarbi, entrambi sicuramente più giovani e freschi di me che, invece, ho l’età mentale di Matusalemme, ma parlo di coloro che sono ancora più vicini ai giovanissimi (tipo i trapper o i giovani studenti d’arte, gli illustratori in erba, gli attivisti-stelle-nascenti dell’arte e della periferia più o meno sociale, qualcuno che assomigli vagamente a Mamdani, anche nostrano, non per forza di sinistra, anche meno figo, anche con una vita meno avventurosa), oppure totalmente identico a lui, ma che sia più anagraficamente post-adolescente di Zerocalcare (che mi sta anche simpatico, ma ormai ha un’età). Sarebbe bello se i nostri giovani, di destra e di sinistra, ci provassero davvero, fuori dalle proteste delle piazze, fuori dalle violenze delle strade, fuori dai social e dai computer o attraverso essi, ma senza restarci intrappolati, costruendo una vera nuova sinistra e una vera nuova destra, entrambe svecchiate, meno polemiche ed entrambe più costruttive (anche se non so se quella sinistra di Mamdani lo sia del tutto costruttiva, ma questo lo vedremo solo nei prossimi mesi). Ne sarebbero contenti anche i veterani della politica, di delegare qualcosa a qualcuno che però quella cosa la sappia fare bene. Dove sono finiti quelli che farebbero con gioia politica un po’ come fecero le Sardine, che però non so in quale mare siano tornate a nuotare? Siamo proprio mondi diversi noi e i gentrificati americani? E qui nessun vero artista si sognerebbe, al momento, spero di dimenticarne molti, di fare qualcosa del genere, seriamente, mi pare di capire. Avete mai sentito parlare di Liberato candidato a Napoli? Di Marracash a Catania? Di Fedez a Milano? Forse quest’ultimo ci ha pensato, ma ci ha solo pensato. Eppure, tutti loro e molti altri, avrebbero delle chances e sarebbe interessante ascoltare i loro programmi, usarli per integrare quelli nazionali dei partiti e dei politici storici e costruiti. Sarebbe già gratificante vedere un briciolo dello stesso entusiasmo in qualsiasi forma in Italia, a destra e a sinistra, sia chiaro. Al contrario, abbiamo influencer che vendono pentole o gommoni pronti a scendere in politica e prendere tanti voti anche loro, ahimè. Ma un artista influencer è qualcosa di diverso da un influencer e basta, è una mente attiva, creativa, propulsiva. E anche se questi artisti non fossero in grado governare bene, poi, una città, come spesso accade, anche se fossero socialisti o trumpiani e semplicemente giovani artisti con dei sogni impossibili sarebbe, comunque, molto bello per la democrazia se riuscissero ad essere più parte della politica, se i loro pensieri fossero rispettati tanto quanto quelli dei politici, poi filtrati per evitare l’uno vale uno, ma ascoltati, e sarebbe ancora più bello se la politica, anche nelle piccole città, ascoltasse i loro sogni, non tutti, per carità, non tutti quei sogni bellissimi e perlopiù irrealizzabili o difficilmente realizzabili che covano nelle loro menti, ma qualcosa magari sì, qualche idea nuova, qualche voce dalla base utile a svecchiare la stagnazione totale dell’Italia stanca, soprattutto quando si parla della rigenerazione urbana di cui tutti abbiamo bisogno nelle metropoli e per la rivitalizzazione dei borghi abbandonati. Anche nelle famiglie più conservatrici della storia, anche nelle nazioni più cattoliche del mondo, un capovolgimento dei ruoli, una piccola rivoluzione interna, un’inversione di marcia, ogni tanto, è fisiologica, naturale, necessaria, purificatrice e benefica. Non credo che Mamdani abbia, oggi, tutta la forza che gli servirebbe per capovolgere l’America e forse neanche per cambiare così tanto la città di NY, la avrà più avanti, probabilmente, aiutato dai partiti veri e dai finanziamenti, ma non ancora: però posso anche sbagliarmi e, quindi, al contempo, mi chiedo se il rapporto tra la giovane politica che, a parole, sradica la vecchia politica (ma il giorno dopo fa solo un video su Instagram e si ritrova isolata con tutte le porte delle cancellerie chiuse) e i famigerati “poteri forti” sia sano e se quando la giovane politica vince tanto come accadde per la nostra parentesi con Renzi, poi con i Cinque Stelle, poi con Meloni, fuori dalle posizioni politiche, dai colori, dalle invidie, sia solo appunto un “fenomeno” che dura fino all’elezione e poi cala inesorabilmente fino alla fine del mandato con delusioni, ripensamenti, indecisioni, pasticci da inesperienza, o se ci siano giovani veramente formati e capaci (visto che dovremmo essere la generazione più formata di tutta la storia dell’umanità, ma forse quella con meno senso pratico della storia del pianeta) per governarli una città, un paese, non solo quando funziona già tutto e vanno fatti i ritocchini a ribasso o a rialzo su tasse e soldi pubblici o privati, trasporti, case, ma anche quando poi ci sono la guerra vera, la crisi nera, le pandemie che bloccano tutto, l’infelicità da contrastare e battere, le periferie da risollevare, i poveri da sfamare, i diritti dei lavoratori da difendere e i droni di chissà quale esercito sulla testa negli aeroporti europei. E la vecchia politica le apre veramente le sue porte alla giovane politica o si sente scivolare qualcosa da sotto i piedi? Qual è, insomma, la vera rivoluzione potente e benefica e la miscela giusta per farla funzionare? Da dove parte? È meglio avere Gualtieri a Roma? Mamdani a NY? Orlando a Palermo? Sala a Milano? Li voglio pensare belli, forti e giovani. E i Cinque Stelle, quando hanno governato, cosa sono divenuti? E questa alternanza tra prime e seconde generazioni, in Italia c’è e funziona? Non potrebbe forse funzionare meglio? Non potremmo fare molti più tavoli di confronto e laboratori su questo nelle università, non dovremmo totalmente ripensare il sistema di inserimento lavorativo? E la legge e il sistema elettorale vanno ancora bene? Non dovremmo forse pensare all’inserimento politico come se fosse un inserimento lavorativo? Non dovremmo pensare più alla politica come a un lavoro da super amministratore, meriti alla mano, ma anche idee innovative alla mano? Non dovremmo avere una comunicazione più veloce tra chi amministra e chi no? Non dovremmo migliorare l’integrazione tra generazioni? Fare sporcare le mani ai giovani di più e formarli meglio sul campo, però senza mai sfruttarli? Da dove si dovrebbe partire per ricreare un effetto Mamdani, anche meglio di Mamdani, partecipato, collettivo, a destra e sinistra, benefico e migliorativo nella nostra società, ammesso che quello di Mamdani lo sia, poi, davvero, semplicemente per farci svegliare domani più forti, nel benessere, in uno stato migliore che accoglie, garantisce, ma vigila e funziona? E quando la democrazia e le alternanze tra destra e sinistra, giovani e meno giovani mancano non è forse peggio? Un Mamdani italiano non c’è, forse, semplicemente perché per lui, in Italia, non ci sarebbe stato posto?

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