Sugli alberi: i conti che non tornano ai Sidewalk


Un’enorme corsa e un salto nel vuoto. Già, son vecchio e ho visto mille volte quell’immagine lì del salto, mentre ascoltavo migliaia di assoli di chitarre, in centinaia di singoli di artisti che, nelle loro clip live e non, rincorrendo scale, note e armonie si lanciano da un palco, in mezzo alla luce dei grandi concerti, sorvolando il pubblico incredulo con gli occhi sgranati. Ogni volta si accendono le macchine da fumo, si sparano in alto gli occhi di bue e i laser e, se ti va bene, te cantante o musicista, caschi sulle braccia della tua gente, sorridendo. E questo è l’emblema della massima felicità per molti artisti e diverse band. Ma cos’è la felicità quando manca qualcuno che ci accolga tra le sue braccia? Quando si strappa il tessuto dell’unico vestito che ci copre. Quando va via chi ci raccoglie dalla fine. Quando smette la gioia della vita, dell’arte e, quando, in un paese in cui “la morte cade dal cielo”, e sopra le teste di tutti, anche degli innocenti, l’unica scelta che rimane è saltare un po’ più in là dal proprio palco, dal proprio corpo, dal proprio steccato, nel vuoto assoluto dell’orrore terribile, nell’incertezza di un luogo bombardato e stuprato. Immagino siano, e posso solo immaginare, siano le vite, le speranze, le incognite, le lacrime a rappresentare l’unica certezza di un uomo o di una donna in quell’istante. E tutto diventa gigantesco e complicato, montagna da scalare, e anche lo sguardo di un bambino chiuso in casa, ucciso nel suo destino, e che speriamo ancora vivo, rimane nella testa, fisso. Il primo singolo dell’album “Sugli Alberi” dei Sidewalk è più o meno un salto nel vuoto, nella “Fuliggine”- così si chiama – che una guerra ha portato dall’alto del suo iperuranio cattivo e sparso in ogni dove su di un paese e in fondo al cuore di tutti, dove rimangono solo cenere, tristezza, note, vuoto. Un pezzo pesantissimo da buttare giù, un boccone amaro che rimane qui “sul torace”, ma un’attenzione sociale non scontata per una band emergente che ha deciso di aprire così il loro primo grande lavoro e dare spazio a quello che bisognava dire e ricordare.

Certo ci vuole grande senso di responsabilità a farlo, sai che in pochi passeranno al secondo brano, ma è veramente da apprezzare perché rischiare e pretendere che la musica abbia la grande funzione non solo di divertire, ma anche di veicolare messaggi di pace, rabbia, dolore e scomode verità, è sempre più necessario e strettamente umano. Ci tengo a precisare che non sempre i titoli che leggerete qui corrispondono alle emozioni degli arrangiamenti dei pezzi, spesso in contrasto, delicati o euforici e coinvolgenti. “Sugli alberi”, l’intero album, è un lavoro che definisco complesso e grande perché costruito con suoni e modi epici, con una voce intrisa di stoicità e dignità che sancisce i confini della fortezza interiore immaginaria delle loro canzoni.

I “Sidewalk” mi hanno affascinato perché si sono barricati dietro questa fortezza e da lì hanno preso ad attaccare e colpire, gridando oltre le fortificazioni che vogliono uscirne vivi da quella guerra totale e privata e, finalmente, mi hanno fatto ascoltare un album sensato, attuale, coerente, omogeneo negli arrangiamenti, nei testi e nelle interpretazioni. È il loro modo di ribellarsi all’industria discografica mainstream – mi hanno confessato – il loro essere stoicamente coerenti gli fa da scudo. Un po’ hanno ragione: da quanto tempo a questa parte ci sentiamo immersi nel mercatino dei continui stimolanti singoli estivi che, tuttavia, troppo spesso non raccontano una storia, non restituiscono nulla, non creano un’atmosfera da vivere, piacevole o scomoda che sia e non danno alcun senso al pur ottimo lavoro svolto? Quindi ascolto con piacere il secondo brano che si chiama “Livida Anima” ed è un pezzo intimo. Abbiamo cambiato luogo, siamo nel cuore, in un vivido e lucido dialogo psicologico “in auctor”, in cui emerge tutta la sensibilità di chi ne ha creato il mood attraverso un viaggio mentale che passa veloce come un coltello caldo sulle ferite e le fragilità di amori spezzati e difficili da tralasciare. Questo brano precede “Sugli alberi”, il pezzo che dà il titolo all’album, e si cambia pagina. Si inizia con sussurro, via via suoni più esotici, vien fuori una canzone con carattere deciso e che raggiunge l’acme persino di una ribellione estatica. La voce rugge e pretende rispetto, ma con educazione. Quando ascolto questo pezzo capisco, finalmente, un altro tassello mancante dei Sidewalk: loro gridano alla luna, o agli dei. Credono fermamente che invocando qualcosa essa accada e questa credenza la portano nei pezzi e vogliono che si senta ovunque, come in un rituale.

Desiderano follemente e precipitano i suoni e i sussurri traducendoli in materia, trasgredendo le regole, evitando, così, di “soffocare nella realtà”, come palesano anche loro nell’ultimo verso del ritornello. Ma le sorprese non sono finite perché “Pagine” è, con qualche vezzo, la canzone che sancisce, dapprima, una liberazione da se stessi, dai sensi di colpa e dai pesi di ogni giorno, e subito dopo arriva “Stanza”: un ritorno contrariato e nostalgico a sogni, adolescenza, musica e a pesi o rimorsi che, inversamente, si rimanifestano nella solitudine e nella riflessione: “azzurra questa stanza, ma vedo tutto nero”. E se anche la “Stanza” è divenuta una canzone, l’ultimo rifugio da cui scappare per perdersi nel mondo, per volare lontano, il magnifico sogno verso l’infinito, basta aprire una porta come nel brano di chiusura “Regina di Cuori” per andare oltre il presente, oltre quella guerra personale e mondiale e trovare una ragione per vivere ancora, e in ogni caso. 

Lascia un commento