Siete mai stati in volo con un deltaplano su una splendente città europea? Adesso vi ci porto.
C’è un’artista che si chiama Verrone che è capace di farlo in 47 secondi.
Non serve arrivare nemmeno al ritornello di “Copenaghen”, suo brano del 2023.
Ti convince con due o tre trucchi del mestiere: ti costringe a fidarti di lui anche se non sai bene come stia accadendo e per cosa o per quale fine.
Quindi tu ci caschi e continui: lo ascolti, lo insegui e ti trovi in alto a milleduecento metri da terra, con un sorvolo così delicato da sembrare quello di un aliante vecchio stile.
È un po’ la stessa sensazione che si prova quando vai a sederti dalla tua psicologa di fiducia, lei ti ipnotizza e con un antico rituale ti fa dimenticare che hai già pianto tre volte per quel motivo di cui stavi per lamentarti o soffrire. E poi ti svegli, dimentichi tutto e sei felice.
“Non c’è molto da capire, noi veniamo per restare” dice, infatti, Francesco Verrone prima dello special di uno dei suoi pezzi. Ho già dimenticato anche quale. Vedete?
Un cantautore che dimentica anch’egli le sue preoccupazioni che poi, nella vita, ne avremmo tutti bisogno, e te le fa dimenticare anche a te grazie alla musica. Un effetto placebo immediato, ma senza pillole né ansie, qualcosa che ti viene somministrato con grande astuzia armonica e “tattiche strategiche”.
Nel panorama indie italiano costellato da grandi astri nascenti apparsi durante “L’Ora Blu” (brano dell’artista azzeccatissimo e che subito riciclo) degli ultimi anni, soprattutto nel circuito emergente romano, questa cometa che nasce a Napoli si distingue perché con grande sapienza e pazienza costruisce melodie che sì, sembrano indie, ma sono più classicamente italiane di quanto si possa supporre.

E ci piacciono proprio per questo, le abbiamo in qualche modo sentite da piccoli nelle nostre culle, eppure sono nuove, e ad un certo punto anche lui si accorge di essere quel “gabbiano che vola sulla costa” e guarda giù le imbarcazioni. E poi, per tutto il precario equilibrio tra nuvole di pioggia, venti e nascondini, Francesco sfugge alla sua stessa timidezza e mette in mostra tenerezze sue o di persone e cose che ama. Un procedere lento e cauto, ma che attraversa immagini, emozioni, buon senso e doppi sensi, un mondo visto dall’oblò o dall’alto, sempre all’orizzonte, offuscato talvolta da dubbi e indecisioni. Un quadro dove anche i silenzi, alla fine, giocano i loro ruoli e un campo fiorito alla Van Gogh dove si fa fatica a capire chi è il protagonista e chi il pittore. Verrone si accontenta e accontenta anche chi lo ascolta e, esattamente come il buon contadino mette da parte la “Legna per l’inverno” – titolo del suo album – poi lascia che tutto arda in un camino sonoro che ci scalda da qualsiasi angolazione.
Ho capito una cosa sola di Francesco, infine, è un’artista che si fida del processo, che attende pazientemente il passare delle stagioni e i tempi naturali delle cose per scegliere come scriverne e che arrangiamenti utilizzare e, perciò, le sue sono canzoni naturalmente piacevoli e affascinanti allo stesso tempo. Verrone, comunque, è anche quello che ti “prende l’anima e te la porta a ballare”, un grande artista fuori, che si diverte ancora con le magie di un piccolo bambino dentro. Andrai lontano Verrone, e noi saremo con te ad ascoltarti.
