Lo spazio materico, i suoi confini. Le paste e gli impasti come di muratori che innalzano e distruggono mura, non di protezione, ma bassi ostacoli dai quali sporgersi. E ancora onde sonore e circuiti geografici non delimitati. Pennellate lisce e compatte, dense. Cartoni intagliati come legno pregiato.

Mappe mentali e mondiali, ombre dei continenti. Reti che contengono anime sospese. Altari che pregano un cielo specchiato e pensieri, pesi, cose dell’altro mondo precipitate in Terra. Con Caul, artista eclettico che passa dalla scultura, alla pittura e, con le sue performance, alla trasmutazione della materia, senza forse esserne cosciente, si attende godendo di questa sospensione, tra ragnatele metalliche e piedi scolpiti. E poi i bozzetti, essi stessi creazioni nel concepimento della creazione.

Un artista che in qualche modo cerca un Dio nell’attesa dell’essere umanamente umano. Mancano pezzi, ma non c’è mai sensazione di vuoto. Poi una sedia da cineasta, posata tra la luce, forse autoritratto mentale, ma è bello non doverlo sapere. Se dovessi dare un voto direi che la stoffa c’è, ma l’arte non è fatta per essere votata e “Nero su Bianco” o “Cumulo” dopo cumulo, lo scoprirete da soli.
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